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COSA HO FATTO DI MALE NELLE MIE VITE PRECEDENTI PER MERITARMI TUTTO QUESTO?

Questa è una testimonianza di giovane Gaia che frastornata si chiede il motivo per cui viene lasciata dai fidanzati nel momento più bello della loro storia. La modalità non la immobilizza, desidera tanto di uscirne e va alla ricerca nel proprio passato:

 

                                   La regressione è il momento prezioso di solitudine                                                                                           che non ti concedi quasi mai                                                                                                  ma nel quale capisci che                                                                                     non è mai colpa solo degli altri.

 

“Mia mamma muore subito dopo la mia nascita in una stanza tutta di pietra e mio padre, servo del palazzo, mi lascia crescere al re. Il re di Spagna. Mi fa diventare il suo braccio destro..

Ora ho 12 anni e vedo giacere il re con una serva. Lei però cerca di sottrarsi, il re la picchia fino ad ucciderla. Sono scioccato, non me ne capacito, conosco bene la serva, è stata lei ad accudirmi. Non posso fare nulla per lei, piango in silenzio ma il re se ne accorge e mi picchia con un vaso lasciandomi una cicatrice sulla fronte. Da quel giorno il re mi inculca il suo unico insegnamento per il quale il potere è l’unica cosa giusta. Divento quindi cattivo anche io. Ho il mio cavallo marrone e sono obbligato ad uccidere chiunque commette un crimine.

Adesso sono un uomo giovane e forte, con un vestito nero con al centro uno stemma dorato che raffigura un leone, indosso un’armatura e degli stivali neri. Ho ucciso una madre con sua bambina. È stato un ordine al quale non mi sono potuto sottrarre. La donna aveva fame e ha rubato del pane. È stata giustiziata con la morte. Sono capo dell’esercito del re e la gente del luogo mi teme. Cosi come temono il re che è molto cattivo. Mi aveva cresciuto lui dicendomi che un giorno avremmo comandato insieme.

C’è una donna nel paese che mi piace. Lei non è nobile e io non posso stare con lei. Il nostro è un amore clandestino. Un giorno però veniamo scoperti e il re finge che lei ha commesso un crimine per incolparla e condannarla a morte. Il re dice che è per il mio bene. L’accusano di stregoneria e la ghigliottinano davanti a me. Penso tra me e me che la sua morte non me la perdonerò mai. Mi chiudono in prigione. Cerco di scappare due volte. La prima volta mi prendono, mi riportano in carcere, mi torturano ma io non soffro perché la vita senza di lei non mi interessa. Mi sento colpevole della sua morte. Si chiamava Rosalinda. È stata uccisa perché io non ero attento. La seconda volta che cerco di scappare, mi chiudono in una cella con le mani incatenate. Sono sporco e magro. Nella cella di fronte a me c’è un uomo che sta morendo ma a me non mi tocca più. Un giorno mi vengono a prendere dicendo che la mia punizione non è finita perché c’è una guerra e io per punizione devo andare a combattere. Non ho più il mio cavallo, devo andare a piedi insieme ai semplici soldati portandomi i viveri sulle spalle. Sono molto debole e fatico a camminare. Ci fanno un’imboscata e uccidono molte persone. Anche l’uomo sul cavallo davanti a me. Salgo velocemente sul cavalo e scappo. Riesco così a salvarmi.

Raggiungo il Portogallo. Sono in un paese vicino all’oceano. Vivo in una casa con la vista all’oceano. Faccio il fabbro. Vivo da solo. Ora sono molto vecchio con la barba bianca e lunga e anche dei capelli bianchi e lunghi. Ho 84 anni. Mi addormento a terra. Non sono triste per la mia morte. Non fa male. Vedo solo buio come se stessi aspettando di vivere di nuovo. Sono una luce che aspetta al buio. Aspetto per molto tempo perché la mia anima è ferita e io non voglio fare gli stessi errori nella nuova vita. In questo buio si apre la porta. La prima volta decido di non andare. Anche la seconda volta che si apre la porta decido di non entrare perché sento ancora la paura. Passa molto tempo e la stessa porta si apre davanti a me. Questa volta decido di entrare. Vedo mia madre e mi sento al sicuro. Sto bene. Voglio nascere una femmina perché tutto quello che ho fatto devo ora subire anche io. Le donne non si meritano di essere violentate e uccise. Io ero artefice. Ora capisco essendo donna cosa significa. Mi dovrò perdonare e ritrovare pace.”

LA VIA DEL MATTO

Che cos’è un matto? …Questa volta ti risponderò senza giri di parole: la follia è l’incapacità di comunicare le tue idee. È come se tu fossi in un paese straniero: vedi tutto, comprendi tutto quello che succede intorno a te, ma sei incapace di spiegarti e di essere aiutata, perché non capisci la lingua.

Paulo Coelho

Indosso degli stracci, anche i piedi sono avvolti negli stracci, sono un maschio, sono povero, faccio il mendicante; ho camminato tanto, vengo scacciato dal mio paese e anche dai miei parenti, dai miei stessi fratelli, loro dicono che sono matto, mio padre mi ha disereditato, mah! E non mi devo fare più vedere.

Appartengo a una famiglia ricca e importante, e un figlio come me è piuttosto scomodo, non ho mai accettato le loro regole nonostante le punizioni che ho ricevuto. Le punizioni hanno solo peggiorato, non il mio carattere ma le loro frustrazioni. Io penso di essere rimasto sempre uguale, senza regole, libero. Da quando sono nato hanno sempre cercato di inquadrarmi così come hanno fatto con tutti, prigionieri nel proprio ruolo, nel proprio credo, nel proprio nome, nel credo di tutti. La vita in famiglia era scandita dalle regole imposte: la mattina ci si alzava presto, ci si preparava, si faceva tutti colazione e dopo la solita preghiera, si andava a messa tutti i giorni nella cappella di famiglia adiacente alla casa, poi si poteva cominciare la giornata; venivano i precettori a darci le lezioni in casa. Di nuovo si pregava e dopo si pranzava e durante il pranzo si doveva stare seduti, non si poteva parlare, non doveva volare una mosca, prima dovevano finire tutti di mangiare e poi si chiedeva comunque il permesso di alzarsi. Potevamo parlare solo se interrogati e dovevamo dare la risposta che tutti si aspettavano, poi si andava a riposare, e solo dopo si riprendevano gli studi fino all’ora di cena e dopo la preghiera prima del pasto, poi la preghiera prima di andare a letto. E cosi, tutto uguale, giorno dopo giorno, nessuna libertà, nessun gesto d’amore, nessuna gioia, nessun gioco. A me non piaceva quella vita.

Io invece amo togliermi le scarpe e allargare le dita dei piedi e questo mi fa sentire libero. Camminare scalzo sul prato mi fa sentire felice e vivo. E per poter fare questo devo scappare! Non so quanto tempo sto fuori casa, non so quanto tempo sto a bagnarmi nel fiume, a camminare sui ciottoli mentre l’acqua mi scorre tra le gambe. Mi inoltro dentro, mi lascio portare via dalla corrente, è così bello! Tante volte mi è stato detto che non lo devo fare ma è più forte di me, lo faccio sempre nonostante le punizioni continuo a farlo, mi hanno addirittura chiuso in casa ma io sono scappato, così era la mia vita, continuava tra una stravaganza e l’altra – come le chiamavano loro. Finché un giorno mi hanno cacciato dicendo che sono grande, che non mi devo più avvicinare alla casa. Quando mi incontrano per strada mi insultano, si vergognano di me, qualcuno dice che mia sorella non riesce a trovare marito per colpa mia, che un elemento come me in famiglia è scandaloso e vergognoso.

Adesso vivo per strada, dormo sotto le stelle, faccio il barbone, non ho bisogno di cibo, non ho proprio bisogno di niente, qualche anima pietosa mi dà da mangiare e io ringrazio. Cammino e poi riposo dove e quando voglio. Vedo un masso liscio e mi ci sdraio sopra. Vedo un po’ di ombra e mi ci riposo. Vedo l’acqua e mi ci bagno. Vedo il sole e mi ci scaldo. E la pioggia !!! Quanto è bella! Apro la bocca per sentire il suo gusto! Ha un sapore tutto suo, un sapore che sa di terra e di stelle! E il vento? Bello il vento! Il vento porta via tutto! Tutti i pensieri! Il vento alza la polvere e gioca! Gioca con la sabbia facendo dei mulinelli che, dispettosi alzano le gonne delle donne trascinandosi dietro le cose della gente e se la ride il vento quando questa stizzita gli corre dietro per recuperarla. Il vento attraversa i vestiti penetrando nelle profondità del corpo rinfrescando persino le ossa e manda via il veleno lì presente! Che bello il vento! E i capelli? Anche i capelli giocano nel vento! Tutto si libera nel vento tutto si muove nel vento! Tutto segue il vento! Il vento è spettacolare!

Che altro c’è di più bello nella vita che godersi la vita? Invece vedo la gente che fugge tutto questo: piove e si chiude in casa, c’è il sole e si ripara, fa freddo e si copre. E poi …. La gente si lamenta di tutto, è scontenta, ma la loro scontentezza è dentro, dentro di loro, dentro la loro anima. La gente è scontenta ma non se lo sa spiegare. Allora dà la colpa al vento, al sole, alla pioggia. Dà la colpa ai dolori qua e là.

Invece a me guardano con pietà: “lo vedete, poverino, ha perso la ragione! Poverino, pensate, i suoi non ne vogliono sapere! E’ pazzo e non c’è niente da fare!”

Al contrario, sono io a provare pena, non per loro ma per le loro anime, perché sono costretti a vivere in questi corpi dove tutto è limitato. Vivono in un paradiso e non lo sanno! Si arrabbiano, litigano e addirittura si uccidono e non sanno cosa significa godere delle cose semplici, godersi il succo dolce di un frutto che ti scorre in gola o la bontà di un frutto appena colto da un albero, cosi fresco e maturo che ti si spacca nelle mani, il suo sapore ti esplode in bocca e tocca i suoi massimi fino al cervello quasi a farti perdere i sensi mentre il cuore accelera i suoi battiti e le tempie prendono a battere per partecipare con gioia a tanto piacere. Io ringrazio chi mi ha dato questo nettare divino! La natura? Dio? Chi sia sia, è meraviglioso! E cosi vivo! Niente altro! Io non sento caldo, non sento nemmeno freddo, non ho bisogno di nulla. Se fa freddo ci sono persone che mi portano delle coperte, ma Il mio corpo si adegua, vivo nella natura e mi adeguo ai suoi umori. Tutto qua.

So che la natura mi ama e io amo lei. Lei mi dà tutto quello di cui ho davvero bisogno, vivo così. Certe volte i bambini mi deridono ma mi fanno sorridere perché sono degli spiriti liberi! Per ora! Non è me che devono deridere ma alle loro caricature! Ognuno di loro diventerà ciò che qualcuno vorrà fare di loro! Saranno anche persone intelligenti ma pochi di loro conosceranno l‘amore, la passione, la libertà, ma soprattutto pochi di loro o forse nessuno di loro conoscerà il proprio essere, l’essere più profondo, l’essere libero che è dentro ognuno di noi. Che peccato!

Sono solo ma sono pieno di tutto! Con gli animali ho ottimo rapporto perché la pensiamo allo stesso modo e ci godiamo la vita nello stesso modo. Parlo con i lupi, con le volpi, con gli uccelli, parlo con quegli animali che vivono in libertà, non intendo gli animali che si sono dovuti assoggettare alle regole degli umani. Gli animali liberi mi trattano come uno di loro e forse anche la gente mi tratta come animale, ma io sono orgoglioso di questo, gli animali per me sono dei grandi maestri e le loro anime sono grandi, apprendo molto da loro.

La gente dice che sono sporco ma io mi lavo nei ruscelli, la mia sporcizia è fatta di terra, di polvere e di sudore. Io invece, vedo in loro altra sporcizia. La mia con l’acqua se ne va! La loro a occhio nudo non si vede ma permane e contamina, corrode le anime, assale gli organi vitali, li divora e crea malattie fino alla morte. E questo sporco è fatto di paura, di egoismo, di prepotenza, di rabbia, di odio e di vendetta. Che fare? Niente! Io non posso farci niente. Sono l’ultimo che può dire una parola, perché sono lo scemo del villaggio, quello che quando parla tutti ridono ….  ma va bene così!

Domanda:

Rispetto ai tuoi fratelli come sei? Sei forse malato? Ti definisci un malato mentale?

Risposta:

Io non sono malato. Mi definisco libero, gli altri invece mi definiscono malato mentale, neanche malato, solo pazzo, strambo. Io parlo come gli altri, studio tutto quello che studiano gli altri miei fratelli ma faccio tante domande alle quali gli altri non sanno rispondere. Allora mi zittiscono! Secondo loro le mie domande non hanno senso. Perché però si spazientiscono? Non hanno le risposte e non le vogliono nemmeno cercare. Mi rispondono sempre con le stesse cose, cose scontate che sanno tutti, è una ripetizione, ma c’è altro, ed è quello che voglio sapere io, quello che voglio scoprire. Ma per loro sono solo un matto, uno stupido stravagante.  Fisicamente sono forse anche più bello degli altri. Muoio a 45 anni, sul mio corpo ci sono i segni del tempo, la natura mi ha dato molto, ma sono come una roccia che esposta ai capricci del tempo ne porta i segni che l’hanno temprata. Ma una roccia è sempre una roccia!

Domanda:

Che altro mi dici rispetto a questa vita?

Risposta:

Ho una voglia infinita di godere la natura. Voglio vivere a modo mio come dico io, se loro mi cacciano io non ho i sensi di colpa, mi sento ancora più libero, perché sono stati loro a cacciarmi e non io a scegliere di andarmene via.

Un giorno mi trovano morto. Non so, anche la morte mi ha colto come un fiore, e io mi sono lasciato cogliere con gioia! Un’altra esperienza da fare! Un altro modo di fare! Un altro modo di vivere e anche lei ha il suo profumo, un profumo indefinito, è un essere, uno stato di essere. Così un giorno mi sono sentito potentissimo e ho visto le cose ancora con più chiarezza, vedevo ciò che succedeva, tutto fuori di me, e vedevo il mio corpo accasciato lì sotto quell’albero, e il passaggio di un contadino che mi ha toccato con un bastone, come se avesse paura di sfiorare il mio corpo per non essere contaminato. E così ho smesso semplicemente di respirare, per lui e per gli altri ero uno senza nome, venuto dal nulla, e andato chissà dove. E io vedo tutto questo. Ero solo lo scemo del villaggio. Che importanza ha il nome quando non sei nessuno per gli altri, quando per gli altri non vuoi essere nessuno. Sono stato figlio di nessuno, perché se sei figlio di qualcuno, qualcuno vuole qualcosa da te, si aspetta qualcosa da te. Il nome ti obbliga a etichette che poi devi rispettare.

Domanda:

Cosa hai imparato?

Risposta:

Vedere in prospettiva gli animi della gente, vedere la loro grandezza ma anche la loro piccolezza che a sua volta non fa vedere la loro grandezza, e questo mi dà dolore. Solo così posso vedere in trasparenza loro, e io posso vedere più chiaramente a distanza, quindi è importante. Che ti può fare un pazzo? E’ una lezione di come stare da solo e capire meglio gli animi degli altri, loro si prendono delle libertà nei miei confronti perché non faccio paura a nessuno e così posso vedere le loro miserie.

E’ tanto importante questa vita a livello evolutivo, ho potuto conoscere le persone, l’amore di chi finge, o chi l’amore non ce l’ha, chi è buono e chi invece odia, vedo tutto in trasparenza, non ci sono veli che possano coprire il vero essere. Per me questa vita è stata importante. Forse ci sarà anche un’utilità per gli altri: i genitori che ho avuto sceglievano per i figli, guidati da una grande paura, ora vedo anche il motivo della loro rigidità. La mamma mi comprendeva ma non poteva fare nulla, quando si è troppo rigidi, si esplode a un certo punto perché l’Energia segue un senso e prima o poi trova una via di fuga. Sono l’ultimo dei figli, l’ultimo venuto perché loro potessero rendersi conto della loro rigidità dovuta alla paura di essere giudicati! Non si può controllare la vita degli altri, significa, ridurre gli altri in schiavitù.

Io ho goduto a pieno questa vita e la morte è stata un’altra esperienza, un’altra avventura, tutto qua. Un giocare! Un assaporare! E cosi assaporo anche la morte che mi fa stare in questo stato di beatitudine, in questo stato di assoluto e indescrivibile Amore!  

LA DONNA DELLA GRANDE PRATERIA

 “Il corpo muore. Il corpo è semplicemente ciò che l’anima materiale possiede. E’ il suo involucro. L’anima prosegue la sua vita.”
Susie Billie – Seminole
 

Ho dei mocassini ai piedi e addosso vestiti di pelle morbida. Ho 27 anni. Vivo in un campo indiano bello, gioioso e sereno. Ci sono i bambini e tante altre donne.

 Sto aiutando una donna a partorire, siamo lontane dal campo, appartate dal villaggio. Ho preparato degli infusi per lei che servono per provocare le doglie. Lei fa fatica a partorire, le spingo la pancia. Il bambino è posizionato male. Potrebbe morire lui e anche sua madre. Devo capire che intenzione hanno tutti e due, se andare via o rimanere. Vado in cerca delle loro anime per parlare. Se è giusto che il bambino viva allora deve trovare la sua strada e mettersi in posizione favorevole per poter nascere. Per capire mi inoltro in questo “non luogo” e vedo un posto paludoso dove questo bambino ha una gamba incastrata dalle liane che non lo fanno uscire. Lui vorrebbe uscire, si contorce ma è trattenuto. Delicatamente lo libero dalle liane e lo metto nel flusso del fiume. Lo lascio andare aspettando la sua volontà, se morire lì dove si trova o venire da questa parte del mondo. Intanto sua madre spinge mentre lui segue il flusso della corrente come un pesciolino rimesso nell’acqua. Io lo aiuto a nascere, perché lui ha deciso di vivere. Lo accolgo, lo prendo, urlante, sporco, e quel fango paludoso di cui era sporco ora, da questa parte, è diventato sangue, sangue rappreso nella stesso modo in cui le liane rappresentavano il cordone ombelicale da cui era trattenuto il bambino nell’utero della madre.  Lo aiuto a respirare e poi lo avvolgo nelle fasce. Lo do alla sua madre, glielo consegno e gli do un nome: Colui Che Sa Attendere! Ora gli predico un destino: sarà un grande guerriero che cavalca l’onda del tempo, saprà sempre cosa fare al momento giusto.

Poi pulisco sua madre perché possa ricevere visite degnamente… Attende soprattutto la visita del suo compagno. Anche lui è un grande guerriero, un grande cacciatore, molto fiero.

Quindi preparo altre erbe che servono allo spurgo dell’utero. Anche se ora è salva, la morte è sempre in agguato e le infezioni non sono rare. Quest’erbe gliele do da bere. Più tardi dovrà fare un bagno di calore nella capanna sudatoria per la purificazione e per lasciare in quella capanna il ricordo di quel dolore appena passato, per cambiare la sua pelle e per essere una donna nuova e pura.

 Faccio questo e tante altre cose. Vado nella foresta e raccolgo le piante e le radici che servono per i miei farmaci. Preparo anche dei veleni, potenti veleni che servono per la caccia ma anche per la guerra, per impregnare le punte con questi veleni e dare una morte rapida. Libero anche gli uomini e le donne dagli spiriti del male che si manifestano con la febbre e varie malattie, li libero, li mando via gentilmente, anche questi spiriti hanno bisogno di essere ascoltati, anche loro sono fratelli trapassati che devono essere aiutati a oltrepassare la prateria, la Grande Prateria.

Mi piace quello che faccio, sono giovane ma molto abile, sono cresciuta al fianco di mio nonno che era un Uomo Medicina, e al fianco di mia nonna che invece, aiutava le donne a partorire. Io ho imparato a fare sia quello che faceva mio nonno sia quello che faceva mia nonna.  Loro mi hanno insegnato che la malattia non esiste, che basta chiudere gli occhi e vedere tutte queste cose, che non siamo separati, che posso andare dove voglio, che il tempo e lo spazio non esistono, che viviamo tutti in una grande prateria, e che bisogna rispettare la volontà degli altri anche quando questa non ci piace. Mi hanno insegnato a parlare con gli antenati e dico antenati solo perché sono lontani nel tempo ma anche molto presenti, e forse anche io sono una loro antenata perché nella Grande Prateria non c’è passato presente o futuro, semplicemente il tempo non c’è. Mi sento una privilegiata rispetto a tanti altri perché vivo in un mondo tutto mio e vedo realtà che altri non vedono. Conosco tantissime piante: quella per far venire il latte alle madri, quella che abbassa la febbre, quella che libera dagli spiriti impuri, quella che fa sudare. Servono tutte. Molte donne mi chiedono dei consigli, anche dei filtri per far innamorare, per far tornare la persona amata dalla guerra, filtri di protezione, di potenza, per la sterilità, per ogni cosa. Mio nonno era un grande!

Si sentono dei rumori, degli spari. E’ un gruppo di uomini bianchi ubriachi che sono nel villaggio e pensano di poter fare i comodi loro. Non hanno rispetto per noi, ci minacciano con le pistole. Qualcuno fa partire una freccia avvelenata e ne colpisce uno, e poi ancora un altro, erano persone pericolose, ma questo ha scatenato l’ira dei bianchi, che dopo qualche giorno ci hanno attaccato. Mi nascondo nella foresta che conosco molto bene, si sta facendo sera, porto con me dei bambini e alcune donne, abbiamo tanta paura, sentiamo gli spari e delle grida, c’è un putiferio, sento nitrire dei cavalli, non sappiamo però quello che sta succedendo lì. Nessuno ha coraggio di muoversi neanche di respirare. Le grida si fanno sempre più lontane e poi c’è il silenzio. Quando torniamo nel villaggio troviamo la desolazione, tutti morti. Ci incamminiamo per raggiungere il villaggio vicino per essere accolte, difese e confortate, ma anche per avvertire dell’imminente pericolo. Come possiamo fare a seppellire tutti questi morti? Si stanno preparando per la guerra, questa storia non finirà qui. Seppelliamo i nostri morti. Sento che si sta preparando una guerra grande.

Domanda:

Vai avanti a quando hai perso la vita. Cosa ricordi?

Risposta:

Vengo uccisa con un colpo di pistola al cuore. C’è stato un altro attacco, ci hanno sorpreso di notte. E’ cosi mi trovo nella Grande Prateria, e raduno le anime di chi è passato da questa parte nella Grande Prateria. Andiamo tutti verso la luce, e io mi preoccupo di liberare le anime. Dico loro che nella Grande Prateria non ci sono guerre da combattere, e vado alla ricerca di chi si è perso, di chi ancora combatte e non si è arreso. Dobbiamo andare verso i nostri antenati, dobbiamo andare verso la Luce, io continuo a fare il mio lavoro, e con me ci sono altre persone che fanno le stesse cose. Ora vedo arrivare anche i soldati bianchi e noi li accogliamo con lo stesso amore e calore. In questa dimensione non c’è avidità e possesso. Il possesso incattivisce gli uomini, noi invece amiamo la nostra libertà… Siamo un popolo libero. I bianchi invece si imprigionano dentro ciò che hanno e ciò che hanno diventa le loro prigioni anche se grandi diventano piccole per loro, perché devono avere, possedere, accumulare per poi fare cosa? Quando tornano nella Grande Prateria non hanno niente, e sono anche più felici, comprendono finalmente la libertà e riscoprono loro stessi. Più hai e più sei schiavo, più hai e più devi difendere ciò che hai e più difendi ciò che hai più ti incattivisci e diventi sempre più feroce e uccidi i tuoi fratelli e perdi te stesso, perdi tutto e in un attimo lasci tutto, e cosi passi la tua vita nella schiavitù, pensando di essere una persona ricca, pensando che la ricchezza ti rende uomo libero ma in effetti ti impoverisce sempre di più e ti schiavizza sempre di più. Tu non sei più quell’essere spirituale che sei ma diventi ciò che hai. Quando passi nella Grande Prateria non sai più neanche chi sei perché non hai più quello che avevi e non sai più chi eri.

Mi sento bene. Faccio il mio lavoro. E’ quello che devo fare. Mi trovo in America centrale. Sono nata nel 1814 e muoio all’età di 33 anni. Porto con me la consapevolezza della fratellanza, la libertà, che tutto è in comune, in comunione dei beni, l’aiuto reciproco.

Il mio compito è quello di recuperare le anime a seconda di dove mi trovo: se condurli nella Luce o condurli nella vita sulla terra, dipende da dove mi trovo io!

 

 

12 PORTE DA APRIRE IN IPNOSI REGRESSIVA

  • La prima porta, la porta del Tempo
  • La seconda porta, la porta della Creazione
  • La terza porta, la porta della Visione
  • La quarta porta, la porta dell’Azione
  • La quinta porta, la porta del Cuore
  • La sesta porta, la porta dell’Affermazione
  • La settima porta, la porta della Fiducia
  • L’ottava porta, la porta della Forza di volontà
  • La nona porta, la porta del Perdono
  • La decima porta, la porta della Luce
  • L’undicesima porta, la porta dell’Unione
  • La dodicesima porta, la porta della Felicità

 

SOGNO VERSUS VITA PASSATA

Mi arriva frequentemente la domanda sulla differenza tra il sogno e la rievocazione di vite passate: nei sogni il 70% del materiale onirico è simbolo e metafora, il 15% è il ricordo vero e proprio, gli ultimi 15% è distorsione, finzione, fantasia, desiderio. Nella rievocazione di vite passate( ipnotica o meno), l’80% è vero ricordo, il 10% è simbolo o metafora, il resto di 10% è fantasia. Come vedete però, tutti e due fenomeni servono perché comprendono la verità, la verità è presente!

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PER INIZIARE BENE

Chi ben comincia è a metà dell’opera….. siamo d’accordo ? Ora invece vi elenco quello che nessun ipnotista vorrebbe sentire all’inizio di una seduta:- ho graaaandi aspettative su questa seduta- questa seduta mi deve risolvere tutti i problemi della mia vita- mi garantisce che io possa scoprire il mio passato? – voglio proprio vedere se Lei sarà all’altezza a farmi perdere il controllo perché finora non era mai riuscito nessuno- mi ipnotizzi perché io non voglio pensare almeno per un po’ . Capite voi che in questo modo si inizia proprio male. La legge del TUTTO E SUBITO non funziona perché il tutto vive solo nel presente, e nel presente c’è semmai solo un problema. Un problema alla volta, quindi!!! Anche in ipnosi! Ricordando in ogni caso che 25percento delle persone non è ipnotizzabile. Agli altri auguro di accedere ai loro mondi interiori con curiosità, vivacità e sincero interesse In poche parole ATTIVI perché l’ipnosi è una tecnica tutt’altro che passiva!!!

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LA COMPULSIONE RIPETITIVA

La compulsione ripetitiva è l’impulso, spesso irresistibile, a ripetere o riproporre esperienze emotive, di solito dolorose, già verificatesi in passato. La forza di VOLONTÀ non ha alcun potere di controllo sulla compulsione. Per quanto distruttivo sia tale comportamento, l’individuo sembra costretto a ripeterlo. I limiti del passato entro cui agisce devono essere spostati fino a comprendere altre vite se i confini di quella presente non bastano s spiegare i comportamenti anomali.

UN MAZZETTO DI SPIGHE PER L’ETERNITA’

 

 “Cosa cerchi?”
”Cerco un attimo che valga una vita”.
                                                                                                            Casanova

 

Calzo delle scarpette di raso con dei fiori color beige e indosso un vestito elegante del ‘700. Porto la parrucca che mi dà fastidio, mi fa sentire caldo e mi dà prurito alla testa; il vestito stringe, è la moda di adesso. C’è un ricevimento e si potrebbe stare bene e divertirsi, ma tutto è condizionato da quello che indossiamo e dal modo in cui ci approcciamo – i cosiddetti convenevoli -, il trucco che cola, la parrucca che fa prudere il capo, il vestito che soffoca. Per cui alla fine non vedo l’ora di tornarmene a casa. C’è una sala da gioco nella quale intravedo molte persone, uomini e donne, attorno ad una roulette, seguita da un grande salone dove un’orchestra suona brani per i balli degli ospiti. Ci si conosce, ma ci sono anche tanti estranei. Io sono una donna nobile di giovane età, 20-22 anni, sposata con un altro nobile. Mio marito è molto più grande di me, e -diciamolo- mi annoio tanto con lui. Come donna sposata mi devo controllare, mentre ci sarebbero tanti giovani uomini che mi potrebbero interessare e con i quali vorrei comunicare; ma non lo posso fare perché mio marito è un anziano – ha il doppio dei miei anni- molto geloso. Trascorro quindi il mio tempo a parlare con donne sposate, anche se non me ne importa nulla dei loro chiacchiericci futili. Questo ricevimento è in realtà una riunione politica-finanziaria. In queste riunioni, mascherate da ricevimenti mondani, si prendono decisioni importanti, si stipulano alleanze, si movimentano ingenti somme di denaro, si definiscono contratti. Alcuni mettono in gioco il destino di altri uomini, altri cedono beni e proprietà per risanare le loro perdite, altri infine vengono sottoposti a ricatti e pagano dazio. Mi trovo ad assistere in questo momento ad un compromesso in cui un ricco uomo politico sta cedendo, dietro forti pressioni, una sua parte di potere, tradendo così la fiducia del suo partito. La maggior parte delle donne le ritengo stupide: parlano solo dei loro figli, di vestiti alla moda, di ricchezze e di pettegolezzi. Qualcuna fra di loro, per fortuna, si salva. Alla fine, per me potrebbe risultare anche interessante parteciparvi come osservatrice; come protagonista invece è angoscioso. Una piccola parte di loro comunque si rivelano delle brave persone. Mio marito non è interessato a me – è una persona anaffettiva -, ma solo alla politica, al cui interno ricopre un incarico molto importante. In giro si comincia a sentir parlare di rivoluzione. Vivo in questo mondo di arroganti nel quale il problema dei poveri non esiste, mentre la nazione in cui mi trovo, la Francia, è tagliata in due: noi, i nobili e i ricchi, e “loro”, i poveri e i diseredati. La situazione è difficile, le strade non sono più sicure; noi abbiamo una scorta, ma l’aria è densa, tesa, si respira la tensione per qualcosa che può scoppiare da un momento all’altro. L’esercito non permette assembramenti per le strade e li disperde al nostro passaggio; la gente ci guarda torva e io capisco che non siamo amati. Pur tuttavia io mi sento al sicuro, protetta, e credo che nulla mi possa accadere di brutto. Di fronte a tanta povertà che vedo in giro, accompagnata da tanta trascuratezza e ignoranza, mi sento davvero privilegiata per il mio rango. I poveri li considero un misto tra animali domestici e di strada, senza educazione né cultura. Mi fanno tenerezza, ma non li considero altro di più; e così li tratto.

In questo giorno particolare, mio marito rincasa agitatissimo dicendo che noi due -per fortuna non abbiamo ancora figli- dobbiamo fuggire abbandonando tutto! Non me ne capacito, vorrei riempire i bauli con vestiti, scarpe, gioielli e argenteria, ma non c’è un minuto di tempo da perdere. Scappiamo, ma, durante la fuga, dei briganti ci catturano, ci depredano e ci consegnano al popolo. Sento che in molti ci vogliono uccidere. Qualcuno suggerisce che dobbiamo essere prima imprigionati e poi ghigliottinati perché non meritiamo una morte veloce.

Non riesco a crederlo! Solo un giorno prima la mia vita scorreva tranquilla e ora mi maltrattano, mi deridono, mi chiamano “la Principessa”, mi strappano i vestiti che indosso. Le donne si appropriano del poco necessario che avevo stipato in un borsone, facendone razzia. I gioielli sono stati i primi a sparire finendo nelle mani dei briganti. Mi fanno cadere via la parrucca dalla testa. Qualcuno mi dà un pizzicotto sulle guance, dicendo che non sono niente male. Mio marito inveisce invano. Un comandante interviene dicendo loro di non esagerare perché dobbiamo essere consegnati in uno stato decente, in condizioni, dice:”regolari”.

Ora mi trovo in prigione. Sono angosciata, perché non possiedo notizie del resto dei miei famigliari. Ci sono anche altre donne qui, insieme agli uomini, perché le prigioni sono talmente piene che ci hanno mescolati tutti insieme.

– In questo ambiente tetro, lurido, pieno di orrore e di paura, incontro l’amore.

Lui è un uomo poco più grande di me, avrà meno di 30 anni. Dall’inizio mi sta vicino. Tutti e due sappiamo che dobbiamo morire, lo sanno tutti. La gente viene chiamata, esce dalla porta e non fa più ritorno. Le esecuzioni sono tante. Ognuno cerca di vivere gli ultimi momenti come delle celebrazioni. Anche noi – io e lui. Non c’è privacy e neanche più pudore. Ognuno vive gli ultimi istanti della vita come meglio può viverli. L’amore prende il posto della paura e non mi importa più di morire perché sento che ho scoperto la felicità. Io provo amore per quest’uomo! Mi auguro solo per noi una morte veloce e senza sofferenza. Ci guardiamo negli occhi e, senza una parola, ci perdiamo nella profondità degli sguardi. Mi chiedo se ci rivedremo dopo…oltre. Non mi importa di quello che ci accadrà, di quello che è stato il mio matrimonio combinato con un marito che non ho mai amato. Questi sono i momenti più belli della mia vita, i più intensi. Mi porterò dall’altra parte questi pochi giorni vissuti pienamente. Stringo con forza nel pugno cinque spighe, cinque tante quanti sono stati i giorni vissuti qui dentro; un mazzetto di spighe mature come prova da portare con me nella vita eterna. La prova della mia felicità.

Rivedo tutta la mia vita passata, in massima parte inutile, viziata, protetta, condizionata, ricca. In quei pochi giorni all’interno di una prigione mi sono confrontata con le angosce di tutti, con la miseria, la paura, l’abbandono, la morte. Qual’ è la vita, mi chiedo, il prima o il dopo? Vivere perennemente nelle comodità e negli agi, ma senza contatti né con le anime degli altri né con la mia stessa, o vivere intensamente ogni momento che ci è dato attraverso le emozioni, belle o brutte che ci appaiano, fornendo così un senso alla vita? Ora che mi sento cosi vera e ho così tanta voglia di vivere, la vita stessa mi viene stroncata e portata via… e mi dispiace abbandonarla. Guardo lui. Il nostro amore che non avrà un futuro, è valsa la pena viverlo? SI’, perché se esiste qualcosa oltre la morte, qualunque forma abbia, allora porterò là questo sentimento con me facendo in modo che mi accompagni per l’eternità. Voglio essere io la prima ad andarmene. Non posso pensare di vivere un solo istante senza di lui e non resisterei a vederlo condotto per primo verso la morte.

E poi vengo portata via. Mentre vado, mi giro a guardarlo. Ci guardiamo senza dire una parola, né addio, né arrivederci. Questo è l’attimo infinito nel quale il tempo, tutto il tempo, si unisce e si confonde con l’amore. Solo uno sguardo intenso, ricco di tante cose, di una vita mai vissuta assieme, di promesse mai espresse, di speranze mai finite, di amore. Non un addio, non un saluto perché questo amore non può finire.  Ed entrambi, io e lui, sappiamo che vivrà, che continuerà anche dall’altra parte. Ed un lieve dolcissimo sorriso ci illumina i volti.

Ora sono di fronte alla ghigliottina su un patio. Di fronte a me c’è quella macchina. Ho paura, ancora di più di quella gente assetata di sangue, che aspetta di vedere la mia testa rotolare a terra. Alcuni portano i bambini sulle spalle affinché possano assistere meglio a questo spettacolo. La mia testa cade. Davanti a me c’è solo buio. E’ finita! Rivedo in un lampo tutta la mia vita trascorsa e realizzo quanto sia bello il vivere senza restrizioni e condizionamenti donandosi scambievolmente, gli uni con gli altri, aiuto reciproco, comprensione, rispetto, e il potersi amare senza pregiudizi, scegliendo con semplicità e liberamente l’uomo o la donna da amare; il poter decidere su come vivere, possedendo la libertà di essere, di diventare, di scegliere senza diventare mai pedine nelle mani degli altri. Io tutto questo l’ho scoperto in quella prigione e ho chiara la visione di me che, quando ero una donna libera, ero costretta a vivere in una prigione, e che invece in prigione ho vissuto da donna libera. Ho amato, sono stata amata, ho soccorso, sono stata soccorsa. Non esistevano classi sociali lì dentro che ci potessero più dividere, eravamo tutti uguali uniti nella sofferenza.

Ora sono più avanti nel tempo e sono completamente trapassata.

Vedo un essere di luce! Sento che mi sta parlando! La sua voce è chiara dentro di me. Mi dice che l’importante è l’amore e con l’amore la libertà! Quando si prova amore la libertà dispiega le sue ali perché volando ti recherai a portare benessere agli altri e a te stesso. E per “benessere” s’intende lo stare bene, quando ti senti felice per quello che stai facendo, quando hai reso felice qualcun altro, quando qualcun altro ti ha reso felice. Questo intendo per amore! Così è!

 

Ho alle spalle le costrizioni, i dolori, gli obblighi, i matrimoni combinati, la miseria dell’anima, il rispetto eccessivo e la devozione verso dei genitori severi. Penso che se chi dovrebbe preoccuparsi per la felicità altrui non lo fa, non riuscirà a recare di certo benessere al suo prossimo. Non riesco a dimenticare le frasi:“Lo devi sposare per il futuro di tutti noi, fallo per me, devi obbedire, non puoi pensare questo, Dio non avrà pietà di te, non parlare con quella gente perché non è del nostro rango,  che ti importa di quello – è un miserabile …”

 

Mi sento insoddisfatta, e questa sensazione me la sto portando in un’altra vita, aiuto!! Non riesco a liberamene.

 Chiedo all’essere di Luce: “come si fa a sentirsi soddisfatti? “.

Mi risponde di METTERE AMORE IN TUTTO CIO’ CHE FACCIO! Di essere sempre presente! Quando si pone l’attenzione sulla propria vita, costantemente, istante dopo istante, ci si sente pienamente soddisfatti, poiché si colgono tutte le risposte. L’essere umano rimane insoddisfatto solo quando non possiede le risposte. Ma se si vive nel presente e si pone l’attenzione alla motivazione e ci si chiede il perché, la risposta arriva, SEMPRE, e quella domanda, come le altre, sarà soddisfatta. Quando le risposte ci siano arrivate si acquisisce la consapevolezza, la saggezza e la comprensione.

La Guida mi dice di ESSERE FELICE, di vivere ogni giorno come quell’ultimo vissuto in prigione in cui mi sono sentita libera. Mi dice di dare importanza ad ogni azione della vita e di arricchire in questo modo il tempo con l’amore perché la vita non smetterà mai di stupirci.

 

 

L’ANELLO DI OPALE

“Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”,  dice il Signore

Antifona alla Comunione

  

Vedo un grosso anello infilato nell’indice della mia mano di uomo grassa e tozza; è di colore verde. E’ un anello importante. Lo indosso sull’indice quando insegno, sul medio quando curo e sull’anulare quando sono con la mia famiglia. Nella pietra è inciso lo stemma di famiglia che uso per sigillare le mie missive.

Indosso  abiti di broccato molto ricchi e comodi e ai piedi porto  scarpe felpate e morbide. Mi trovo nella mia casa elegante e grande, arredata con mobili di qualità. Sono un rabbino di 60 anni, insegno e , pur sposato, la mia famiglia e i miei figli non sono la mia priorità. L’importante per me è l’insegnamento e la scoperta di come è fatto il mondo intorno a noi e di come si possano cambiare le cose attraverso le scritture. Mi dedico all’alchimia, alle frasi della Torah e le metto in pratica come farebbe uno scienziato per vedere cosa succede. Faccio degli esperimenti, anche sulle persone, ma non sui morti. Metto negli indumenti intimi dei miei pazienti alcune preghiere scritte da me che servono per la guarigione e gliele faccio portare per alcuni giorni, oppure una lettera sacra dell’alfabeto per tirarli fuori dal male. Sono delle frasi di Dio e gliele faccio pronunciare per più giorni perché queste vibrazioni divine puliscano il campo intorno a loro. La preghiera che portano indosso serve a mondare il loro corpo affinché quello che esce dalla loro bocca non inquini il campo. Faccio bere ai malati dell’acqua mischiata ad altra acqua carica di queste preghiere perché possa risanare i loro organi interni. Sono le lettere sacre con le quali Dio ha creato il mondo, e io le uso per le mie ricette perché sono anche medico. Quello che io faccio  la  gente che non è della mia religione lo condanna, perché secondo loro vado contro la volontà del loro dio. Però mi lasciano stare perché mi temono, anche se non so perché: se per superstizione o per ipocrisia, visto che di notte, protetti dalle tenebre, mi vengono a chiamare per guarire i loro mali oscuri fatti di interessi, falsità e parole velenose. Seguendo  a vivere nelle propria ipocrisia, alcuni guariscono, altri no poiché continuano a pronunciare parole al veleno. Veleno che non sanno dosare, rimanendo loro stessi vittime di ciò che producono fino all’agonia nell’ultimo respiro, oppure gettandolo addosso agli altri sotto forma di guerre, violenze e infamità, delle quali rimangono poi loro stessi vittime. Tutti nella stessa condizione perversa, dal più potente al più umile. Persino la parola di dio viene oltraggiata. La inghiottono e la risputano fuori come fa un drago quando si deve liberare dalla fiamma che lo divora in seno.

L’insegnamento è l’unico strumento che ho per istruire altri medici che possano diffondere e portare avanti la parola di dio; medici che possano guarire e che possano un giorno superarmi nelle scoperte, nelle guarigioni, affinché questa gente così crudele, di qualsiasi religione, classe o età possa prendere coscienza di se stessi e dell’altro,  vivendo e facendo vivere tutti in un mondo migliore. Sono un vecchio stimato, temuto, rispettato e ben pagato e questa è la mia esistenza. Una vita non tanto facile perché essendo ebrei ci accusano di tutto. Esplode un’epidemia? E’ colpa degli ebrei. Divampa un incendio? E’ colpa degli ebrei. Scoppia una guerra? E’ colpa degli ebrei.

Finché un giorno siamo obbligati a lasciare la nazione in cui viviamo e la gente come me deve andare via. Siamo in Spagna e gli spagnoli non ci vogliono, costringendoci ad espatriare oppure a diventare della loro religione cioè marrani. Ma io mi rifiuto di farlo.

Stiamo caricando i carri e ci accingiamo a partire. Noi siamo di famiglia ricca e sappiamo come difenderci; possediamo una scorta armata, quasi un piccolo esercito al nostro servizio; ma gli altri? Gli altri sono esposti a tutto. Li deruberanno, e chi è fortunato potrà portare in salvo la propria vita. Siamo nelle mani di dio. Andiamo dove altre terre ci possano ospitare, portando con noi del denaro per comprare anime avide, pronte a vendersi per qualche soldo, a rinunciare a perseguitarci. La gente ricca, i banchieri ovunque sovvenzionano le guerre cristiane per i loro interessi, creando fame, carestie, pestilenze, miseria e poi continueranno a venire da me pretendendo una preghiera o parole magiche che possano salvarli. E questo è sempre stato, così è, così sempre sarà.

Andiamo in Francia, una terra più vicina. Il re di Francia è disposto ad accogliermi insieme alla mia famiglia. Ha un figlio malaticcio e un medico costantemente presente lo rassicura.

Finisco lì la mia vecchiaia. A curare il figlio del re, a sostenere questo ragazzino fragile che, nemmeno nato, già aveva sulle spalle il peso di un regno traballante. Divento il suo maestro, il suo mentore e padre spirituale e voglio fare di lui un uomo saggio. Queste sono le mie intenzioni. Per il resto siamo tutti nelle mani di dio.

Faccio anche gli oroscopi, mi occupo delle stelle, dei transiti, dei movimenti degli astri e ne conosco i nomi. Gli astri mi parlano attraverso i loro spostamenti, da un’ora all’altra, da un giorno all’altro, da una settimana all’altra e da un mese all’altro; sono come dei capitoli di un libro che raccontano eventi, storie, nascite e morti. E così trascrivo sul libro il movimento delle stelle che influenza la natura e gli uomini con lei. Già conosco come andrà a finire, chi vivrà e chi morirà, ma non lo svelo, lo tengo per me, fa parte della mia ricerca. Il regno di Francia è un regno che barcolla e nessuno si sente al sicuro. Lo stesso re va in cerca dei soldi. Si indebita sempre di più, senza restituire niente a nessuno come un predatore, seminando solo promesse che non verranno mai mantenute e lasciando dietro di se delusioni, cospirazioni, vendette, violenze. Nascondo il mio sapere, non voglio essere né usato né spremuto, voglio essere solo lo strumento di Dio. Faccio i miei esperimenti di nascosto e le mie scoperte le rivelo a pochi, solo a chi ritengo fidato, maturo, capace e responsabile. Voglio solo  poter lavorare al servizio degli altri e del mio Dio misericordioso, materno e salvifico e non di quel dio guerrafondaio che sta sulla bocca di tutti.

Gli anni passano e io divento ancora più vecchio, ma ancora sono stimato e onorato. Sono circondato dai miei figli e dai miei nipoti, sono un uomo amato. Adesso anche mio figlio è diventato un rabbino come me, e ha 9 figli e tutti studiano. Nella nostra famiglia la cultura è al primo posto. La cultura la puoi vendere ma la conoscenza ti può salvare, e questo vale sia per le femmine che per i maschi. Per questo ho dato loro la conoscenza senza distinzione di sesso, specialmente alle femmine che sono più deboli e più esposte in quest’epoca fatta di violenza, crudeltà e miseria. Loro la coltivano in segreto, e questo le rende ancora più grandi e io ne sono orgoglioso. Le mie figlie, le mie nipoti! In loro è racchiusa la conoscenza e la grandezza di dio, la scienza divina che le mette in salvo. In loro è racchiuso il segreto della vita. Un segreto così sacro rispetto al quale nemmeno io mi ritengo all’altezza e che certe volte mi sembra di profanare.

C’è un clima di violenze, esecuzioni e roghi; i crociati che vengono arrestati dal re di Francia, vengono trucidati. Vedo gli aguzzini con la bava alla bocca, avidi come segugi pronti a violentare e uccidere e nessuno ci può fare niente. E’ un’epoca di orrore e terrore, chi può si salva, chi non ci riesce muore. Siamo tutti nelle mani di dio. In questo orrore mi ritiro, inerme e frustrato. Nessuno può sentire perché sono sordi e ciechi. La loro fame è più forte del loro spirito. Fame di soldi e di potere. Non ho più nessuna cura per loro, nessuna preghiera da far loro indossare. E così mi ritiro nell’ombra aspettando che questo delirio passi, per riprendere il mio lavoro e consolare i miserabili. Aspetto il mio momento sapendo che ci sarà tanto da fare.  Per ora non c’è altro da fare che attendere.

L’ultimo giorno della mia vita sono nel mio letto circondato dai miei figli, dal loro amore. So che devo morire. Per l’occasione indosso una preghiera. Una preghiera scritta da me che mi aprirà il passaggio nel regno dei cieli.

Muoio in pace. Nessuno piange, sono tutti preparati, e questo mi aiuta ad andarmene beatamente e serenamente.

P.s. : il risveglio della gente è importante. Solo il risveglio delle coscienze ci può salvare dalla schiavitù e dalla miseria che fa di noi donne e uomini cattivi ma anche miserabili di spirito non solo di denaro. L’avidità è una schiavitù che ti fa sentire povero. L’avidità di cibo e di denaro e soprattutto d’amore. Accaparri e possiedi tutto, ma alla fine muori povero, anche se porti un nome potentissimo.

 

 

                           

 

 

LA PRIMA REGRESSIONE COME IL PRIMO AMORE  … NON SI SCORDANO MAI

 

 

Tu non hai uno spirito. Tu sei uno spirito. Tu hai un corpo.
(C.S.Lewis)

Ricordo come se fosse ieri quella mattinata d’agosto del 2001 quando, in una cittadina della Repubblica Ceca in mezzo ai boschi di abeti altissimi, feci la mia prima regressione.

“Sento ancora una lacrima scorrermi sulla  guancia mentre davanti a me si chiude la porta di legno pregiato con la bara di mio padre. Il mio sguardo scende e fissa le mie stesse mani. Quelle mani che stringono in tanti, tutti ad esprimere la propria partecipazione, il loro supporto,  la loro vicinanza.

Le mani.

Ancora le mie mani.

Sento stringere una corda. Mi trovo in una stanza di pietra di una prigione. Le mie mani sono mani maschili. Di un uomo magrissimo. Sono in fin di vita. Legato per le mani al muro e con una lancia conficcata nel fianco destro. Si! Esattamente là dove in questa vita ho una macchia bruna sin dalla nascita. Ora so perché. Le mani continuano a dolermi; sino a quando  una luce immensa mi invade e mi trascina in una sensazione di sollievo e di soddisfazione. La soddisfazione viene dalla consapevolezza di aver vissuto una buona esistenza, guidato dalla filosofia di vita impartitami da quattro grandi maestri incontrati in tutta l’India. La soddisfazione di sentirmi amato da una folla immensa di persone che festeggiano la mia dipartita.

Con una sensazione di pienezza ritorno a fissare le mie mani.

Ora sento di muovermi velocemente nel mio laboratorio quando, ad un tratto, inciampo e le mie mani vanno a finire in una vasca con dell’acido. Un dolore lancinante invade tutto il mio corpo. E una tristezza infinita si insedia nel mio cuore. So perfettamente di aver subito un danno inguaribile. Per tutto il resto della mia vita viene un medico a spalmare degli unguenti e a fasciarmi le mani. Porto i guanti neri. Non posso fare più quello che mi piaceva tanto: abbandono il mio laboratorio e il pianoforte lo posso solo sentire, suonato dagli altri. So di essere benestante e mi posso permettere di ravvivare la mia vita con delle serate all’insegna della musica e dell’arte. Sono nel mio salone immenso pieno di dipinti ma le mie mani non possono più sfiorare quella bellezza. Un giorno va a fuoco  la casa della famiglia dei miei domestici. Sopravvive  solo un’orfanella. Me ne prendo cura.  La inserisco tra la servitù, cosi può trovarsi  in un ambiente protetto. Non la posso nemmeno consolare con una carezza. Le mani fanno così tanto male. Il mio viso si storce dal dolore quando le muovo.

Dall’inizio l’orfanella si comporta diversamente da altri domestici.    Che bella la sua curiosità e la sua spontaneità. Sorrido nonostante tutto! Me la trovo sotto il pianoforte a sfogliare i miei libri. So quello che devo e posso fare per lei! Le insegno a leggere. Non a scrivere, perché non posso, ma a leggere sì. Mi fa piacere. La mia vita finisce presto a causa di continue infezioni. La ragazzina è diventata una giovane donna che ha letto molti libri della mia libreria. Mi assicuro che alla mia morte ci sia una buona occupazione per lei. Ora posso andare via in pace. La guardo mentre salgo sù! È così famigliare con lei  la sensazione di complicità, di mutuo soccorso, quasi ovvia. Eh sì! È mia mamma nella mia vita attuale. Scende la seconda lacrimuccia, ma questa  è … di gioia.

 

All’improvviso sento di sprofondare. Lo scenario cambia e io vengo catapultata su un prato grande in una natura rigogliosa, quasi tropicale. Le mie mani con dei movimenti rapidi e agili girano un coltello in mano a un soldato inglese e glielo stanno infilando nella pancia. Il soldato è evidentemente sorpreso tanto quanto gli altri attorno a noi. Avrebbe ammazzato me e messo in pericolo i miei allievi. Lo dovevo fare. Mi dispiace, ma dovevo difenderci. Mi legano le mani e mi portano in prigione. Ah è la stessa prigione di prima! Ora capisco. So dentro di me che mi avrebbero portato lì anche senza l’omicidio. Chiedo se sarebbe stato meglio? La risposta si formula dentro di me: la vita continua e tu impari a dargli il valore. Per ora non mi è chiaro. Capisco solo di aver ucciso. Ma non ho odiato. Ah ecco la differenza. Il mio cuore è libero.
Sprofondo ancora e so perfettamente di essere un giovane uomo nobile in un
casato signorile in Polonia. E’ l’anno 1643. Le mie mani stanno afferrando con una forza sovrumana le mani di una giovane donna. È in prigione e io la sto aiutando a scappare. La sto tirando fuori da lì. La forza maggiore mi viene dall’ innamoramento.Mi piace così tanto ed è con lei che voglio vivere. Lasciamo la reggia. Non ci tornerò mai più. Con i soldi che avevo portato con me troviamo una casa semplice e compriamo un po’ di terra per coltivare. Abbiamo tre figli. Sono felice. Non rivedo la mia famiglia di origine ma va bene così. La scelta mi ha reso  felice e  sono in pace. Le mie mani sono completamente rilassate e leggere. Tanto quanto lo sono io.”

P.s. Gli eventi traumatici sopra descritti sono stati abilmente elaborati dal terapeuta che mi aveva seguito e io sono uscita dalla trance leggera e completamente cosciente di tutto ciò.
Quest’esperienza ha aperto una strada inaspettata. Ho iniziato a studiare, approfondire e praticare la regressione abreactiva profonda e l’ipnosi regressiva fino a portare le tecniche regressive come la mia tesi di laurea magistrale in psicologia. Ho raccolto centinaia di esperienze, una più interessante dell’altra.
Sono passati quasi sedici anni dalla mia prima regressione e ne sono seguite
tantissime altre. Le mie mani sono libere di scrivere, di suonare, di accarezzare e soprattutto di accogliere quelli che arrivano con la sincera
voglia di aprire le proprie memorie e leggere nel libro della loro vita.

 

A ognuno il proprio libro!

Il miglior libro!